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#RadioAmerica: GINGER fa tappa a Portland

Come alcuni di voi avranno già appreso dalla nostra pagina Facebook (cercate l’hashtag #RadioAmerica), dal 4 all’11 giugno GINGER (nella persona della nostra co-fondatrice e community manager Virginia Carolfi, quivi in veste di autrice del presente articolo) ha esplorato l’ecosistema delle start-up di Portland, la bellissima cittadina dell’Oregon che festeggiava i 10 anni di gemellaggio con Bologna.

Perché questo viaggio? Le motivazioni sono debitamente spiegate qui, ma in sintesi lo scopo della trasferta oltreoceano è stato non solo celebrare il gemellaggio, ma gettare un ponte verso il futuro e far sì che il legame tra le due città possa essere più stretto, proficuo e continuativo. Con noi altre 2 realtà bolognesi, Sgnam (applicazione di food delivery) nella persona dell’inossidabile Giovanni Cavallo e Kinodromo (il progetto di gestione del Cinema Europa di Bologna), rappresentato niente po’ po’ di meno che dalla presidente Giulia Giapponesi. Il contingente italiano era composto anche da Matteo Lepore, Assessore al turismo, promozione della città e agenda digitale al Comune di Bologna e da Francesca Martinese, responsabile dell’Ufficio relazioni internazionali. Ad attenderci in loco Massimo, Sara e Silvia dell’Associazione Lavitabella, la mirabolante cuoca nostrana Giorgia Lambertini e i membri della Portland-Bologna Sister City Association (PBSCA). Accoglienza oltre ogni aspettativa, cibo fantastico e una città dai ritmi piacevolmente lenti e umani hanno fatto da contorno perfetto ai 6 giorni che abbiamo trascorso in terra statunitense, tra parate, meeting intensissimi e hamburger olimpionici. I dettagli li potete leggere nel bell’articolo scritto, redatto e curato da Matteo Lepore, una perfetta panoramica di Portland e del suo ecosistema economico, culturale e sociale.

Sì ma, direte voi, cosa c’entra tutto questo con il crowdfunding?

Prima di continuare a leggere, fate un po’ questo esperimento: andate su Kickstarter e nel campo di ricerca “cities” digitate “Portland”; mica male, eh? Solo su K, più di 20 progetti Portland-based hanno oltrepassato i 100.000 dollari, e non c’è da stupirsi, vista e considerata l’integrazione tra online e offline che si respira in questa cittadina dell’Oregon: sharing economy, web 2.0 ma anche relazioni personali, sostegno e fiducia reciproca. Tanto che a Portland sono nate altre 2 piattaforme di crowdfunding, Crowd Street e Crowd Supply, e proprio di quest’ultima vi raccontiamo, mettendo un bel po’ di carne al fuoco.

Courtesy of Crowd Supply.

Courtesy of Crowd Supply.

Veniamo accolti negli uffici di Crowd Supply (situati nell’ambito Pearl District, prima un’area industriale e ora una delle zone più cool di Portland, con negozi di cibo biologico e gallerie d’arte) da Joshua Lifton, co-fondatore della piattaforma. Iniziamo a scambiarci domande e pareri, trovando insperate somiglianze tra le nostre 2 realtà: Crowd Supply nasce dalla domanda “una volta che ho realizzato un prodotto grazie al crowdfunding, come lo vendo?”. La risposta è semplice, utilizzo CS: su questa piattaforma io posso realizzare la mia campagna di crowdfunding e dopo, se raggiungo o supero il 100% del budget richiesto, posso utilizzare i loro servizi di spedizione in tutto il  mondo. Ma non solo, CS offre anche supporto pre-campagna, mettendo in contatto i makers con laboratori di prototipazione e consulenti, delinenando insiema la campagna e le ricompense. Avete un focus territoriale? chiediamo. Non intenzionalmente, è un fattore che si è sviluppato da solo: Portland ribolle di progettisti e idee geniali che preferiscono affidarsi a noi per portare avanti una campagna, piuttosto che essere dispersi nel mare magnum di Kickstarter. Applicate una selezione ai progetti che vogliono utilizzare la vostra piattaforma? Oh, certo. Siamo attivi da circa un anno e abbiamo ricevuto circa 500 progetti, di questi ne abbiamo accettati solo 50 ma è stata una scelta premiante, grazie alla selezione la nostra percentuale di successo è del 50%, molto alta. Ehm, non vi suona familiare tutto questo, cari GINGERs? Avete ricevuto progetti anche dall’Italia? No, crediamo che in questo caso ci sia ancora una forte barriera linguistica, ma abbiamo spedito qualche prodotto in Italia, questo sì, di certo è un mercato che vorremmo esplorare di più. Come potremmo non essere d’accordo?

Courtesy of WindCatcher.

Courtesy of WindCatcher.

Citavamo prima i progetti che hanno superato i 100.000 dollari su Kickstarter, abbiamo avuto la fortuna di fare una lunga chiacchierata con Ryan Frayne, CEO di Windcatcher, startup nata dal successo di questa campagna di CF. Abbiamo incontrato Ryan al Floyd Coffee Shop (Portland è famosa per la torrefazione del caffé, peccato che la Carolfi non lo beva), in cui abbiamo gustato una buonissima torta di zucca, rigorosamente vegan. Anche l’idea geniale di Ryan risponde a un bisogno: avete presente quando siete al mare e dovete gonfiare il materassino sotto 40° di sole cocente? Oppure siete in montagna a -10°, con le labbra congelate e vi tocca gonfiare il materasso per la tenda? Bene, con Windcatcher, grazie al sistema inventato da Ryan, tutto questo è possibile in pochi secondi e senza sforzo, vedere per credere. Una idea geniale saltata in mente a una persona senza un soldo. Quali sono stati i passi verso la campagna? Prima di tutto ho realizzato un prototipo, e l’ho fatto grazie ai laboratori di ADX (una makers factory di Portland che abbiamo avuto la fortuna di visitare); poi ho cercato sul web i blog più influenti, ho iniziato a spargere la voce tra i miei amici e tra la start-up community di Portland; ho realizzato in video, scritto il progetto, e sono parito. Fammi capire, hai raccolto più di 100.000 dollari da solo? Beh, no, sono stato molto aiutato dal mio ex boss e ora partner in affari, è lui che mi ha insegnato come si scrive una mail che funzioni. Credo che sia fondamentale oggi saper scrivere buone mail, sintetiche, che vanno dritte al punto. Quali sono stati, secondo te, i fattori vincenti della tua campagna? La rete iniziale di contatti che mi ha permesso di superare il 30% del budget nei primi giorni, in questo modo il mio progetto era molto visibile su Kickstarter e questo ha contribuito; poi, la differenza l’ha fatta un articolo su di noi apparso sul blog gizmag.com, da lì altri blog hanno ripreso la notizia e si è creato un effetto a catena. Ho poi agito sui social, soprattutto Facebook e Reddit. Reddit? Sì, io non lo usavo ma grazie a un focus group che avevo organizzato con alcuni amici, imprenditori, makers qui a Portland è emerso che Reddit poteva essere un buon canale, e così è stato. Farai altre campagna di CF? Penso di sì, vedi, questa campagna non mi ha portato solo 100.000 dollari, è stato soprattutto un modo di farmi conoscere, una campagna di marketing, direi. Grazie al crowdfuding ho ricevuto richieste dall’Australia, da Singapore e dal Giappone, come avrei fatto a raggiungere questo risultato da solo, senza un soldo? Un altro aspetto è la formazione, ho partecipato infatti a “Project Jam”, un workshop tenuto a Portland dallo staff di Kickstarter su come portare avanti una campagna di crowdfunding, è stato utilissimo. E qui ci fermiamo, perché tanti sono gli elementi interessanti di questa campagna ma questo non è il luogo per i dettagli, che preferiamo approfondire durante i nostri GINGER-workshop!

Courtesy of Gateway Green.

Courtesy of Gateway Green.

Ma non di solo business vive Portland! Tra le campagne di successo c’è anche un progetto di crowdfunding civico e noi, impegnate con Un passo per San Luca, non ci siamo fatti scappare l’occasione di approfondire Gateway Green. Come ci ha spiegato Ted Gilbert, project manager, Gateway Green è un progetto comune per tutti i cittadini di Portland: 38 acri di terreno a est della città destinati, grazie all’impegno di ben 758 supporter, a diventare un parco off-road per le biciclette e un’area di verde pubblico per sportivi e famiglie. Com’è nato il progetto? L’Oregon Department of Transportation decise di donare i 38 ettari a patto che questi diventassero poi un parco pubblico; Oregon Solutions, un progetto che unisce pubblico e privato nella soluzione di problemi comuni, ha deciso di fare di Gateway Green un test per l’uso futuro del crowdfuding nella realizzazione di progetti civici. Ha quindi pagato una consulenza specializzata per lo staff di Gateway Green con il preciso scopo di non ridurre l’esperienza a questo singolo progetto, ma di diffonderla e renderla comune per il futuro. La campagna è stata molto breve, come avete individuato i donatori? Abbiamo fatto lobby sulle nicchie di interesse, ovvero gli sportivi, i “fanatici” della bici, le famiglie, gli ambientalisti. Il nucleo più forte era certamente quello dei patiti della bicicletta, e da lì siamo partiti. Per Un passo per San Luca la ricompensa “simbolo” è la rana Cracking Art, c’è stato qualcosa di simile per voi? La rana è fantastica! No, abbiamo dato molte t-shirt ma nulla di così iconico come la rana, no, diciamo che i nostri sostenitori donavano più pro bono. E il contributo della Coca-Cola? E’ stato un fulmine a ciel sereno! La Coca-Cola cercava un progetto da sostenere, ma che avesse un evidente coinvolgimento della folla, li abbiamo incontrati e l’idea è piaciuta, così abbiamo organizzato un contest: per ogni donazione effettuata, Coca Cola l’avrebbe raddoppiata, fino a raggiungere i 25.000 dollari. Quello che questa campagna ci ha insegnato è che il crowdfunding può davvero avere mille declinazioni, è uno strumento potentissimo al servizio sia di start-up che di comunità attive e con un obiettivo comune.

Questo non è che un assaggio di ciò che abbiamo appreso durante la nostra gita oltreoceano, molti sono i suggerimenti, le strategie, i consigli su cui riflettere e ponderare; soprattutto, il nostro compito ora è trasferire e tradurre nella nostra realtà queste buone pratiche. Ma la trasferta statunitense ci è anche servita per intravedere il futuro del crowdfunding, mezzo duttilissimo, campagna di marketing virale ma anche – come ci ha rivelato Rick Turoczy di Portland Incubator Experiment – un nuovo modo di investire: prima il crowdfunding era un “like” con denaro annesso, ora è più una questione di storytelling, un modo di fare fundraising diffuso, una unione tra l’online e l’offline, mentre prima era tutto più web-based; e se questo è il nuovo trend, noi siamo ben felici di approfondirlo.

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Apart from crowdfunding…

Ormai ci conoscete, a noi garba il folklore. Per questo non ci siamo fatti scappare i due eventi dell’anno a Portland, uno l’opposto dell’altro: la Rose Parade e la Naked Bike Ride.

La Rose Parade è il classico evento che ogni città ha; in Italia può essere la festa patronale o la sagra, a Portland è una sfilata infinita (più di 4 miglia) a cui prendono parte tutti i gruppi cittadini, dalle Rodeo Queens ai Therapy Lamas, dalle scuole con cheerleader annesse ai pittoreschi marinai bianchi e blu. I radical chic e l’intellighenzia la detestano e non vi partecipano, tutti gli altri, sì! Noi, per amore di cronaca, abbiamo pure sfilato e non ce ne siamo pentiti: siamo stati al tempo stesso oggetto e autori di fotografie, nelle quali abbiamo immortalato gruppi in campeggio lungo il percorso della parata, folle in delirio e lama, sì, molti lama.

E la Naked Bike Ride? E’ proprio ciò che state pensando: una corsa in bici a cui si può partecipare solo se nudi. Molti erano nudi davvero, alcuni avevano pudiche mutande e calzini, altri fantasiosi costumi con fori praticati ad arte. Sospendendo il giudizio sull’igiene, girovagare in mezzo alla folla dei ciclisti/nudisti ci ha fatto fare un salto nel tempo: improvvisamente ci siamo ritrovati negli anni ’60, quando tutto era bello, o almeno, così sembrava. Interessante sarebbe stato capire quanti dei partecipanti alla corsa avevano partecipato il mattino stesso alla Rose Parade, e soprattutto, indagare le opinioni su questi due eventi così diversi ma egualmente affascinanti.

E forse, è proprio questo il segreto di Portland: mantenere un piacevole equilibrio tra cliché, innovazione, fascino per il passato, start-up roboanti e crescita sostenibile, incoraggiamento dell’iniziativa privata e senso civico, fanatici del biologico, food carts da tutto il mondo e (lo ripetiamo) fenomenali hamburger. As they say, Keep Portland Weird.

Foto a seguire © virginia carolfi

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One thought on “#RadioAmerica: GINGER fa tappa a Portland

  1. Pingback: Il crowdfunding secondo Windcatcher – Video-intervista a Ryan Frayne | Il Gingerino

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