Quattro chiacchiere con ...

Cosa è una Social Street? GINGER intervista Saverio Cuoghi

Tra bolognesi, prima o poi, ci si incontra. E come potevamo farci scappare l’opportunità di intervistare uno dei protagonisti del “fenomeno” Social Street, uno dei progetti social (e non solo) più interessanti in circolazione? Dato che ci piace approfondire, abbiamo incontrato Saverio Cuoghi, cordinatore del network Social Street. E abbiamo anche scoperto di avere parecchie cose in comune…

Cos’è una Social Street? Come è nata l’idea?

Il progetto Social Street è nato dal desiderio di ripristinare i legami di socialità, un tempo più frequenti e usuali, con i vicini di casa e di strada.  Gli obiettivi sono instaurare legami, condividere necessità, portare avanti progetti di cittadinanza attiva  e trarre benefici comuni legati al territorio. In poche parole, con questo progetto si ha l’occasione di conoscere i propri vicini di casa e di instaurare un rapporto basato sulla fiducia reciproca. L’iniziativa è nata sia grazie alla scommessa individuale di Federico Bastiani, il fondatore, che alla scommessa collettiva di tutti i  residenti di Via Fondazza e, da ottobre di tutti i partecipanti e fondatori delle 250 social street italiane.

Courtesy of Social Street

Courtesy of Social Street

Siete “formalizzati” in qualche modo oppure restate un network informale?

Non puntiamo ad essere un’ associazione di scopo, quanto piuttosto ad essere una scommessa sociale sul vicinato e sul prossimo. Il nostro network è un network informale, con una struttura organizzativa orizzontale. Le decisioni vengono prese in gruppo, prendendo anche in considerazione la popolarità dei post sul gruppo Facebook. Il tutto funziona a costo zero, grazie al contributo volontario dei partecipanti. La decisione funziona sulla reale volontà di fare le cose in prima persona, chi riesce a coinvolgere amici e vicini e ci mette la faccia porta avanti progetti, salvo che non ledano diritti di altri. Nessuna decisione dall’alto, quindi.

Quali sono i “benefici” effettivi che una Social Street comporta? Hai un bell’esempio da raccontarci?

Il beneficio più concreto, dal mio punto di vista,  è senza dubbio il miglioramento della qualità della vita delle persone. Fare parte di una comunità rende le persone più serene, più felici ed inoltre viene meno il senso di estraneità. Un genitore che, ad esempio, ha bisogno di una baby sitter può contare sul fatto che otterrà supporto da qualcuno dei vicini. Oppure se una sera vuoi farti una birretta, sai che puoi contare sul fatto che hai degli amici nuovi che abitano a pochi metri da te con cui poter uscire. In pratica hai una comunità di riferimento, sulla quale puoi fare affidamento e tante nuove storie di persone da scoprire. Se poi, come spesso succede, le cose vanno bene la fiducia e la voglia di incontrare il prossimo aumenta. Ci si prende gusto, insomma. Non a caso ci hanno definiti “acceleratori di fiducia”.

Avete mai pensato di creare un network a livello internazionale? Cosa ne pensate di effettuare un progetto “di scambio” di Social Street?

In fase iniziale non pensavamo ad un livello di diffusione cosi ampia e quindi siamo partiti in modo completamente informale. Una volta che le richieste e le domande si sono moltiplicate, abbiamo pensato fosse meglio organizzarsi di più per dare un supporto a tutte le realtà nascenti. Basti pensare che da una sola Social Street in via Fondazza nel giro di pochi mesi sono state create circa 250 Social Street solo in Italia. Lo scambio con le altre realtà di Social Street già avviene tramite e-mail, gruppi facebook e tramite incontri “fisici” dai cui spesso nascono amicizie. Il network quindi non è presente solo a livello locale, ma anche a livello nazionale. Inoltre ci sono in programma degli incontri offline con i residenti delle Social Street in Italia, approfittando magari di qualche convegno o workshop; con loro fino ad ora abbiamo avuto rapporti quasi esclusivamente in via digitale. A livello internazionale abbiamo ricevuto richieste di supporto per la creazione di alcune Social Street anche all’estero come ad esempio in Portogallo (in cui esistono già circa 8 iniziative di Social Street), Croazia, Nuova Zelanda, ecc. Anche in questo caso abbiamo uno scambio relazionale tramite e-mail e gruppi Facebook. E ancora una volta il mantra delle social street è “condividere e collaborare”, cosi da poter condividere idee, progetti, aiuti e chiacchiere.

Quali sono gli aspetti negativi che avete affrontato o che state ancora affrontando nella gestione della vostra Social Street?

Courtesy of Social Street

Courtesy of Social Street

Condividere e collaborare non è scontato, così come non è scontato convincere le persone che noi cerchiamo collaboratori che si muovano direttamente per i propri progetti e non deleghino altri per la realizzazione, secondo schemi che riteniamo vecchi ed inefficaci. Piano piano le cose migliorano e si fanno passi avanti. Certe volte non è facile individuare chi è mosso solo da interessi personali e chi invece è realmente interessato ad un progetto di utilità collettiva e mira alla socialità. Cerchiamo di essere attenti , per gestire al meglio la situazione e fare delle scelte oculate, anche se la base che ci contraddistingue è l’apertura e la fiducia nei confronti del prossimo.

Come faccio a creare una Social Street nella mia via?
Il primo passo per creare una Social Street consiste nel fare un gruppo chiuso (ai fini della privacy) su Facebook e pubblicizzarlo con dei volantini o delle locandine indicando la nascita del gruppo con il link Facebook e le finalità sociali. Il nostro suggerimento è di fare qualche copia dei volantini e attaccarli nei luoghi più visibili della propria strada, magari coinvolgendo anche i negozianti. Lo step successivo consiste nell’ alimentare il gruppo con contenuti e idee così da tenerlo “vivo” . La parte poi più interessante delle Social Street è passare dal “virtuale” al “reale”, ovvero conoscere le persone dal vivo ( magari per un aperitivo, un caffé, un compleanno, una corsa o camminata assieme). Una volta avviato il gruppo su Facebook, e  verificata la coerenza degli obbiettivi, sarà poi nostro compito inserire la nuova Social Street nel nostro portale ufficiale in modo da facilitarne ulteriormente la comunicazione e l’avvio.

Alla base di GINGER c’è una forte community che sostiene e promuove i progetti, il più importante tra questi è “Un passo per San Luca”. Pensi che il crowdfunding possa essere uno strumento di successo per finanziare iniziative e necessità espresse dalla comunità che circonda una Social Street?    

Senza dubbio il crowdfunding è una strada molto interessante. L’elemento che accomuna e che sta alla base sia di GINGER che di Social Street è la fiducia. La coerenza nei comportamenti, quindi la credibilità, e le finalità dei progetti sono fattori critici. Ad esempio “Un passo per San Luca” è diventato un successo grazie alla fiducia che i cittadini hanno voluto dare al progetto, ai promotori, e alla percezione che quello fosse un bene comune da preservare. E i beni comuni sono i monumenti, le strade, le persone, le storie, le tradizioni e forse pure i sentimenti. L’idea del crowdfunding non ci dispiace per nulla, e sarebbe bello unirlo a iniziative collaterali, mi sta già venendo qualche idea…

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