Quattro chiacchiere con ...

GINGER in trasferta a Chicago – intervista a Paco Giuliani di “Sartoria Marconi Bononia”

Con l’autunno alle porte GINGER si prepara al cambio di stagione e ha fatto un salto a Chicago per dare un’occhiata alla collezione autunno/inverno 2013-2014. No, non avete sbagliato blog, siamo sempre noi e a questo giro ci occupiamo di moda! Si sa, è nelle grandi metropoli che nascono le tendenze e Paco Giuliani sta provando con il crowdfunding a diffondere il suo stile. Proprio così; questo bolognese trapiantato a Chicago sta provando a fare della sua passione (sofisticate ed eleganti giacche sartoriali da uomo) un business: “Sartoria Marconi Bononia” tramite Kickstarter. Abbiamo colto l’occasione di fare due chiacchiere con lui per toccare con mano un’esperienza di crowdfunding d’oltreoceano per un prodotto completamente Made in Italy, per capire come sta funzionando qui negli Stati Uniti e in particolare a Chicago, città in continua evoluzione ed estremamente ricettiva alle idee geniali!

Come potrete leggere tra poche righe, la testimonianza di Paco è interessante anche perché ci fornisce un parere piuttosto “duro” sul crowdfunding in Italia. Ci sono davvero i margini per fare del CF uno strumento per lo sviluppo economico? Quali le difficoltà maggiori che si oppongono a questo obiettivo? Ha davvero più senso rivolgersi a una piattaforma come Kickstarter piuttosto che a una italiana? Lo sappiamo, cari GINGERs, questo potrebbe essere un clamoroso autogoal per noi. Oppure no. E’ il nostro modo per dare il via al dibattito, anche perché manca meno di un mese a Crowdfuture e questi temi saranno all’ordine del giorno. E soprattutto perché tra poco pubblicheremo un’intervista ad Antonello Ghezzi rivelando come, nel loro caso, la prospettiva si sia ribaltata. Pur avendo scelto un sito internazionale (Indiegogo) la maggior parte del sostegno è arrivata dall’Italia. Adoriamo stimolare le vostre celluline grigie.

E quindi, cominciamo. Paco, cosa ci fa un bolognese a Chicago?

Mi sono trasferito a Chicago da Penn State 3 anni fa perché il College of Business Administration della University of Illinois at Chicago, dopo un processo di selezione, mi  ha fatto un’offerta di lavoro perfetta come Assistant Professor of Entrepreneurship: grandissima attenzione alla ricerca in un ambiente stimolante, insegnamento che mi permette di coniugare il mio passato da consulente in Bain con le materie imprenditoriali e carta bianca per disegnare e ridisegnare altri corsi e Chicago, città meravigliosa e, in questo momento, il posto più interessante per chi si occupa di startup.

Quindi ti occupi di startup e hai deciso di sperimentarne una! Parlaci dei tuo progetto, in che cosa consiste?

Courtesy of Sartoria Marconi Bononia

Courtesy of Sartoria Marconi Bononia

Il tutto nasce da una passione. L’anno scorso ho conosciuto il proprietario di una sartoria a Bologna e siamo entrati subito in sintonia, entrambi appassionati di giacche sartoriali e fatte con tessuti originali. Lui aveva intenzione di partire con una sezione di e-commerce per le sue creazioni, ma si è arenato in fase di sviluppo. Quando ci siamo rivisti all’inizio dell’estate, mi ha parlato delle difficoltà avute e ho cercato di elaborare diverse idee su come poter portare al successo un prodotto così di nicchia, finché gli ho fatto la proposta di rifocalizzare tutto il business concentrandoci principalmente su un mercato diverso, quello americano, ma al contempo permettendoci la flessibilità di essere disponibili a vendere in tutto il mondo. Il dubbio era legato al come fare per raggiungere quei consumatori mantenendo un basso profilo dal punto di vista pubblicitario e con interventi molto mirati. La novità sta nel proporre pezzi limitatissimi e numerati ogni 2 mesi. E lì mi si è accesa la famosa lampadina: Kickstarter. Ci avrebbe dato visibilità ad un costo relativamente contenuto e ci avrebbe dato una struttura alla quale fare riferimento. Da allora abbiamo girato l’Italia per cercare fornitori che ci garantissero la qualità che avevamo in mente e poi il disegno dell’assetto societario che permettesse la migliore flessibilità e i migliori vantaggi fiscali.

Perché hai scelto di utilizzare il crowdfunding? Lo conoscevi e lo usavi già, prima del tuo progetto, per finanziare altri progetti?

Insegnando creazione d’impresa, il crowdfunding è uno degli argomenti che, semestre dopo semestre, copro sempre approfonditamente e mi tengo sempre aggiornato nel merito. Da un paio d’anni finanzio progetti che ritengo interessanti, ma non avevo mai creduto che mi sarebbe tornato utile per un progetto d’impresa nel quale potessi essere coinvolto in prima persona. Qui a Chicago praticamente tutti sanno cos’è Kickstarter e a cosa serve, in special modo, ovviamente, all’interno della comunità degli startupper e ci sono diverse storie di successo di imprese finanziate tramite questo strumento legate direttamente o indirettamente alla città.

Qual è la tua percezione di questo strumento qui negli States? Pensi che in Italia possa trovare la sua strada questo metodo alternativo per finanziare progetti?

Questo strumento sta vivendo una grandissima crescita senz’ombra di dubbio. Ovviamente, passata l’euforia iniziale (vedi slogan semiprofetici del tipo “la vera rivoluzione democratica”, “accesso al capitale per tutti” e così via – veri in parte), l’ambiente si sta professionalizzando molto, pertanto stanno nascendo tante realtà accessorie che forniscono servizi per sfruttare il crowdfunding al meglio (il che ha creato un indotto di società di comunicazione e analytics dedicata al crowdfunding). Da un punto di vista prettamente accademico, questo non sorprende nessuno: in una prima fase si cerca di attrarre quanti più progetti possibili così da creare “massa critica”, una volta superata quella fase, la competizione per essere accettati e per il famoso “share of wallet” di un immaginario finanziatore è molto alta, dato il grande numero di progetti (e la loro qualità media).

Per quel che riguarda l’Italia devo confessare che sono molto scettico: il volume di capitali che si possa dedicare a uno strumento del genere ho la percezione che sia estremamente misero. Inoltre uno strumento come il crowdfunding mette a nudo una certa “arretratezza” del consumatore italiano nonché una sostanziale differenza culturale. Mi spiego. Da un lato l’utilizzo di pagamenti online ancora vive di grandi diffidenze in Italia nonostante il sistema finanziario abbia già delle soluzioni funzionanti in atto: le società che processano i pagamenti delle carte di credito si occupano di investigare in prima persona riguardo ogni transazione non riconosciuta e contestata del cliente, quindi non ci dovrebbe essere nulla di cui essere preoccupati. Dall’altro, per quel che riguarda l’aspetto culturale, in Italia ci si aspetta che un incontro con un gatekeeper importante o un grosso finanziamento da parte di un’istituzione legittimata (pubblica e non) dia l’impulso all’impresa. Si è poco educati ad una partecipazione dal basso. Un esempio calzante potrebbe essere quello del progetto della piscina sull’East River a Brooklyn, il cui studio di fattibilità è stato interamente finanziato da comuni cittadini proprio grazie al crowdfunding. In Italia mi aspetterei incontri su incontri per cercare di mettere attorno ad uno stesso tavolo istituzioni pubbliche, imprese private, cittadini, associazioni e chi più ne ha, più ne metta, con il risultato, spesso, di una paralisi organizzativa e, purtroppo, con la miopia del NIMBY (not in my backyard).

Perché Kickstarter? Perché in US? E perché non una piattaforma italiana?

Kickstarter perché è la piattaforma più frequentata negli USA, nostro principale paese target. Per un verso io lo vivo anche da un punto di vista “filantropico”, se vogliamo, ovvero mi piace pensare che magari qualcuno, in Italia, si affaccerà a questa realtà grazie al nostro progetto e possa prendere spunto per mettere in moto le proprie idee e dare loro una possibilità di concretizzazione. Ho anche un interesse accademico, dal momento che ho voluto vivere dall’interno un processo di finanziamento dal basso per poter raccontare in classe, in prima persona, quali saranno stati i maggiori ostacoli e in che modo affrontarli.

Come hai deciso il tuo budget e le ricompense?

Courtesy of Sartoria Marconi Bononia

Courtesy of Sartoria Marconi Bononia

Il budget è stato deciso in base ad un numero congruo di ordini minimi che ci permettesse di soddisfare una soglia economica sensata sia per noi che per i nostri collaboratori (vedi i nostri fornitori). Per quel che riguarda le ricompense, ci siamo concentrati principalmente sui nostri prodotti cercando di creare una gradualità per chi volesse dimostrare il proprio supporto all’iniziativa, ma magari non avesse le disponibilità economiche o l’interesse ad ottenere il nostro prodotto principale, ovvero le giacche.

Pensi che questo strumento ti basti per realizzare il tuo obiettivo?

Per quel che riguarda l’obiettivo minimo del raggiungimento della cifra richiesta, mi auguro di si. Sono fiducioso che il progetto verrà finanziato in toto. Per quel che riguarda lo sviluppo e la crescita, sarà necessario avere personale dedicato all’attività di social media e comunicazione.

Che cosa stai facendo per portare avanti la campagna di CF?

Abbiamo una pagina Facebook che manteniamo aggiornata con tutte le novità e le menzioni che riceviamo e alla quale abbiamo invitato la cerchia di persone a noi collegate. Abbiamo attivato tutti i canali mediatici a nostra disposizione e stiamo attivando un account Instagram collegato. Avremo una persona dedicata alla cura di tutti questi account social. Stiamo vagliando la possibilità di collaborare tramite affiliate marketing con alcuni blog di moda (prettamente maschile, ma non solo) molto importanti sul panorama internazionale.

Come sta andando?

Siamo moderatamente soddisfatti. Vista la particolarità del prodotto che abbiamo, non mi aspettavo un avvio molto travolgente e le cose stanno andando come previsto. Per il consumatore italiano, in aggiunta al prezzo, ci sono costi psicologici legati all’acquisto del nostro prodotto che, in media, non si accompagnano a un acquisto “impulsivo”. Si guarda il prodotto, si legge la storia, ci si informa dagli amici, si fa vedere il prodotto alla propria compagna o al proprio compagno, magari ci si mette in contatto con noi e solo allora si procede all’acquisto. È più facile per un consumatore abituato all’idea di crowdfunding come quello americano pensare al contributo come “filantropia con un ritorno”, piuttosto che come acquisto, quindi abbiamo cercato di presentare il prodotto in maniera leggermente differente, secondo i pubblici di riferimento.

Che cosa intendi fare per alimentare l’interesse della tua community? Social? Blog? Update sulla pagina di kickstarter?

Per ora non abbiamo fatto update su KS, ma non appena raggiungeremo una milestone importante (25% finanziato, menzione in qualche blog/rivista/giornale importante e così via) la comunicheremo, così da indurre i nostri contributori a sentirsi ancor più partecipi e responsabili della riuscita del nostro progetto. Social media e blog, come già detto, sono la linfa di questo business, pertanto accentreranno la maggior parte dell’attenzione comunicativa.

Incrociando le dita e facendo i dovuti scongiuri all’italiana, nel caso la campagna raggiungesse il budget prefissato, quali sono le tue prossime mosse?

La prossima mossa è l’avvio della piattaforma di e-commerce perfettamente integrata e funzionale e l’avvio di tutte le relative attività di SEO avanzato. Per quel che riguarda l’aspetto produttivo, inizieremo a mettere in fila un piano di produzione che possa servire da modello per tutti i prossimi cicli produttivi e minicollezioni.

Direi che sei stato più che esaustivo e il tuo punto di vista accademico ci ha aiutato a osservare la tua storia da un punto di vista non convenzionale. Dal canto nostro ci auguriamo che anche in Italia si cominci a diffondere in maniera concreta la cultura del crowdfunding, con le peculiarità che la nostra realtà richiede e attraverso la creatività che storicamente ci ha sempre contraddistinto.

In bocca al lupo a te e alla Sartoria Marconi!

Marconi, eh?…proprio il Nobel felsineo primo fra tutti a lanciare un segnale radio transoceanico dagli Stati Uniti all’Europa…che sia un segno?

© Martina Lodi

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