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Facciamo il punto: resoconto GINGER di TORINO CROWDFUNDING

Eccoci qui! Grandi aspettative da questa giornata torinese organizzata da Università di Torino, Fondazione ITS (Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione) e ICN (Italian Crowdfunding Network) . L’obiettivo degli incontri di TorinoCrowdfunding è quello di fare luce sul fenomeno del crowdfunding in Italia, con un occhio di riguardo anche agli aspetti fino ad ora poco analizzati, come le questioni finanziarie e le normative in merito.

Courtesy of Torino Crowdfunding

Courtesy of Torino Crowdfunding

Maria Laura Di Tommaso, vice direttore alla didattica del Dipartimento di Economia e Statistica “Cognetti De Martiis” dell’Università di Torino apre i lavori introducendo il tema del crowdfunding come nuove forma di fare impresa, come nuova forma di finanziamento in risposta alla crisi di liquidità: la folla non solo per condividere flussi di conoscenza, ma anche per finanziarsi. Al tavolo anche un altro membro dell’organizzazione, Carlo Boccazzi di Faber, responsabile di questa iniziativa che mette in relazione imprese e giovani molto competenti nell’ambito del digitale e che considera il crowdfunding una delle nuove forme per l’innovazione sociale. L’introduzione istituzionale si chiude con l’intervento di Claudio Bedino (ICN e Starteed) che coglie l’occasione per annunciare la costituzione ufficiale dell’associazione ICN (Italian Crowdfunding Network) che intende rappresentare le piattaforme di crowdfunding nazionali, con l’intento di fare chiarezza su questo strumento, di favorire l’innovazione tramite un corretto sviluppo di questo settore e di essere un punto di riferimento per tutti, non solo degli addetti ai lavori.

E ora le parole alle esperte! Daniela Castrataro (twintangibles – ICN) espone i dati aggiornati ad aprile 2013 dell’Analisi delle piattaforme di crowdfunding italiane. Uno dei dati interessanti, tra gli altri, che in Italia dalle 16 piattaforme di novembre 2012, oggi siamo arrivati a 21, con 2 in fase di lancio. Ad Ivana Pais (Università Cattolica – ICN) spetta il compito di spiegare le caratteristiche del crowdfunding italiano, con tutte le sue peculiarità e i suoi casi particolari nascenti, tra cui Finanziami il tuo futuro (Puglia), GINGER! e Kendoo (Bergamo) e le esperienze ‘do it yourself’. Tra le ultime tendenze anche l’interesse crescente delle banche a questo tema e il loro ingresso nel settore. Tra gli esempi citati Terzo Valore di Intesa San Paolo, attiva dal 2011, e Com-Unity. Il primo è un modello misto, molto peculiare, all’interno del quale chi fa il prestito può gestire il tasso di interesse e la banca finanzia inizialmente il 33% del progetto e, finita la raccolta fondi, aggiunge la cifra mancante. Anche Com-unity è gestita da una banca, la Banca Interprovinciale e sta modificando in itinere la sua struttura, cominciando a prevedere il sistema di reward per i progetti che ospita sulla piattaforma. Diciamo che non esiste un modello vero e proprio condiviso dalle banche nell’affrontare l’argomento crowdfunding e, a livello micro, esistono diverse relazioni tra banche e questo nuovo strumento. Tra le specificità italiane, ci ricorda la Pais, non esiste un big player (come Kickstarter negli USA, per intenderci), c’è scarsa internazionalizzazione ma anche un aumento al ricorso a piattaforme italiane e straniere. Le criticità rimangono le stesse: le regolamentazioni per reward-based e donation-based, non solo equity, la difficoltà tecnica dei sistemi di pagamento e il mercato immaturo, ma molto vario. Questa ultima criticità, in effetti, si può trasformare in una grande potenzialità per il crowdfunding italiano: la nostra creatività è un elemento positivo ed è la strada da percorrere: “Non possiamo metterci a seguire Kickstarter. Sperimentiamo modelli alternativi che rispondano alla nostra cultura”, conclude Ivana Pais. A seguire due interventi video. Il primo contributo è di Jason Best (Crowdfund capital advisor), da Berkeley (CA), che si congratula per i passi avanti verso la regolamentazione del crowdfunding in Italia e ci comunica che in pochi mesi, la SEC (Security Exchange Commission) prevede di stabilire regole per le campagne di equity crowdfunding che coinvolgano gli investitori non accreditati per imprese private. In autunno, a Berkeley, il primo symposium su questi temi relativi al crowdfunding.

Oliver Gajda (ECN) interviene da Bruxelles, confermandoci che a livello europeo non ci sono aggiornamenti riguardo la legislazione sull’equity crowdfunding, ma che saranno le legislazioni degli stati membri che andranno a integrare la legislazione europea, che per ora si sta interessando di temi collaterali quali fund raising e joint venture. Solo a giugno la Commissione Europea tratterà dei cambiamenti in materia di crowdfunding in Europa, ma potremo aspettare anche 2/3 anni per avere un chiaro panel su questo strumento. Nel frattempo si potranno sperimentare combinazioni di diverse forme di crowdfunding per creare un business.

E dopo gli interventi dal mondo si parte con la tavola rotonda “il crowdfunding in Italia: gli scenari”, moderata da Anna Masera (La Stampa), meravigliata e un po’ indispettita dal fatto che in questo campo è tutto un inglesismo! “Dobbiamo essere fieri di usare l’italiano perché siamo pionieri nella regolamentazione del crowdfunding” esordisce, considerando questo argomento come centrale per far fronte alla crisi economica italiana. Per il primo relatore, Andrea Albanese (Social Media Web Marketing Advisor), social media e crowdfunding vanno a braccetto. I social devono essere al servizio del crowdfunding, devono servire a far conoscere le iniziative e i progetti. Il coinvolgimento della community e dei potenziali finanziatori è fondamentale e, per fare una campagna efficace, bisogna essere molto precisi. Memo: “Content is the king, distribution is King Kong”!

Marco Bicocchi Pichi (Italia Startup) si focalizza invece su un’altra caratteristica del crowdfunding, quella di permettere a chiunque di poter investire in una iniziativa. È quindi importante poter fare questo al livello minimo di accesso. L’accesso deve essere diffuso e facilitato. Il crowdfunding  è uno strumento democratico per l’equity, permette di presentarsi al giudizio della folla, è il venture per tutti, non solo per coloro che hanno molti soldi. Rappresenta il diritto di investire, la democratizzazione della raccolta.

Domenico Navarra (Com-Unity) si sofferma sulla disintermediazione e sul problema della mancanza di fiducia nelle transazioni online. Le banche, a questo proposito, possono porsi come garanti di queste transazioni. Tradizionalmente le banche non possono fare rating su idee intangibili e sono spesso diffidenti nei confronti dei progetti che vengono proposti dai creativi; la banca interprovinciale, in questo senso, sta cercando di colmare il gap tra banca e pubblico, anche attraverso di servizi di coaching. A Masera la domanda sorge spontanea: “Viste le buone intenzioni di voler facilitare i pagamenti, possiamo contribuire ai progetti con il bancomat nel futuro?” “Probabile.”

Prende la parola Leonardo Frigiolini (Unica Sim – intermediario finanziario) suggerendo che chi vuole ottenere dei soldi per la propria idea geniale deve essere cinico e senza scrupoli. Liquidità ce n’è a fiumi, parole sue, ma tende a essere allocata verso la trasparenza, verso un’idea geniale che può trasformarsi concretamente. Per questo motivo è necessario che chi ha un’idea deve confezionarla e portarla sui mercati in maniera strutturata, “non basta essere smart e trendy”. Secondo Frigiolini serve un intermediario per far incontrare chi ha idee geniali e gli investitori, che ci sono e sono tanti ma bisogna individuare quelli giusti.

Nella discussione rientra Marco Bicocchi Pichi, convinto del fatto che la rete sia un sistema che garantisce la reputation, proprio per la sua estrema esposizione: non bisogna aver paura di investire, soprattutto sul web, perché se agisco in modo di perdere credibilità sulla rete, non posso più tornare indietro.

Claudio Bedino cambia cappello e si mette, in questa tavola rotonda, quello di fondatore di Starteed. Bedino sottolinea che le criticità legate al crowdfunding in Italia sono dovute soprattutto al problema di cultura di questo strumento: “il crowdfunding non è la colletta 2.0”! Per quanto le campagne di equity, per esempio, esiste un coinvolgimento emotivo e finanziario da parte dell’investitore. L’effetto win win che può scaturire dall’appagamento di questi due bisogni può far nascere un mercato solito. È di certo importante avere una regolamentazione di questo strumento, ma il crowdfunding  di per sé offre una validazione all’investitore. Compito a casa per i presenti: “tornate a casa e donate almeno 5 euro per un progetto”.

È il turno di Simone Fogliati (Shinynote), che sottolinea il fatto che nel settore delle donazioni stanno arrivando molti nuovi player e il terzo settore non può rimanere indietro. I progetti delle associazioni devono essere accattivanti e bisognerebbe far fronte al problema che, di solito, nelle associazioni no profit non ci sono professionisti che si occupano di comunicazione.

Chiude questo dibattito Mariano Carozzi (Prestiamoci), che è favorevole al mettere delle regole per il crowdfunding, proprio perché dev’esserci un contributo di professionalità verso gli investitori. Bisognerebbe fare un’analisi sulla consapevolezza degli investitori: il crowdfunding dovrebbe dare dei soldi in quota capitale alle persone che le banche hanno difficoltà a intercettare. In questa filiera è importante che le società che si affacciano a internet, seguano internet: è un problema ottenere un finanziamento online se non hai un account LinkedIn. Bisogna colmare l’asimmetria informativa, proprio perché dobbiamo essere consapevoli che online si trova collaborazione e comprensione reciproca: è difficile adottare soluzioni nel mondo nuovo usando modalità vecchie.

Cambio! Il tavolo si sgombera e prendono posto gli esperti della legislazione per affrontare la seconda tavola rotonda “Il quadro normativo in Italia”, moderata da Eva Desana, docente del Dipartimento di scienze giuridiche dell’Università di Torino. Stefano Firpo (Intesa San Paolo – consulente Ministero dello Sviluppo Economico) è il primo a intervenire, in rappresentanza di Alessandro Fusacchia, sul Decreto Sviluppo ora Legge 221/2012 e delinea le caratteristiche della start up innovativa, indicando le normative di vantaggio e il processo che ha portato alla redazione di tutte le misure a riguardo. La normativa secondaria, assicura, è quasi pronta, in attesa della notifica a Bruxelles. Uno dei temi che hanno guidato il legislatore è senz’altro quello del capitale: le start up innovative sono poco capitalizzate e hanno una componente forte di rischio, legata all’innovazione stessa della impresa. Si è palesata quindi la necessità di semplificare l’ottenimento dei fondi di capitale e da qui l’dea di usare le nuove tecnologie per riuscire a diffondere la capacità delle imprese a raggiungere il capitale stesso. La normativa semplifica una serie di oneri e obblighi e amplia il campo dei possibili gestori dei portali online, rimandando alla Consob la definizione di questi gestori. Reputation e tutela dell’investitore sono elementi fondamentali e distintivi del decreto. Pietro Fioruzzi (Cleary Gottilieb Steen & Hamilton LLD) introduce il discorso delle garanzie e delle responsabilità. Una delle garanzie per le start up innovative, per esempio, dev’essere la presenza necessaria di investitori professionali che si uniscono e finanziano assieme al pubblico l’impresa. Problema delle responsabilità: chi risponde se l’iniziativa va male? Auspicabilmente nessuno. Qualora le informazioni su progetto date dall’emittente (colui che propone l’iniziativa) si siano rivelate errate, ne risponderà lui, secondo le regole di diritto civile. Se il gestore (colui che gestisce la piattaforma) non svolge controlli (da lui previsti) tra le attività che presenta sul proprio sito, allora risponderà anche lui. Queste modalità però nella bozza della Consob non sono sufficientemente chiare. A questo punto si inserisce nel discorso Giuseppe Taffari (R&P Legal), che si occupa di enti no profit e imprese sociali e che qui affronta i temi che rimangono fuori dal decreto sviluppo, cioè il crowdfunding basato sulle donazioni e sulle ricompense. Quello basato sulla donazione non riscontra grossi problemi in Italia e possono esserci anche benefici per il donatore, come eventuali sgravi fiscali, ma rimane il problema legato ai prestiti, in particolare al rapporto tra i soggetti del prestito.

Ora spazio alla Consob, qui personificata da Toni Marcelli. Ok, la mattinata intensa si fa sentire e stare dietro a tutti i comma diventa assai arduo…ma ci proviamo! Marcelli fa il sunto delle normative sull’equity che ormai conosciamo bene e ci spiega che si seguirà la disciplina europea MiFID (comunque ex post), la direttiva di armonizzazione massima che disciplina gli intermediari e i mercati finanziari. E questo cosa comporta? Che l’intermediario fungerà da filtro nei confronti dei clienti, nell’assicurare l’attendibilità dei mercati: un filtro per le start up innovative. I benefici attesi dal ruolo che viene assegnato a questo attore risiedono nel fatto che vengono abbattuti i costi di raccolta di capitale di rischio: piccole cifre, visibilità del progetto, maggiore competitività. I rischi, d’altro canto, sono legati alla gestione di una base azionaria a base allargata, che rende le idee imitabili e può provocare problemi di riservatezza. Oggi le start up innovative sono circa 450, di cui il 93% sono SRL; Torino è la capofila, con 53 start up iscritte (12% del totale), mentre Bologna ne ha appena 17 (4% del totale). I criteri comunque sono altamente restrittivi, anche per il contesto europeo: requisiti innovativi, occupazionali, di età, di conoscenza (dottorandi), ecc. Le principali proposte sono quelle di istituire un regolamento unico e autonomo, in grado di disciplinare domanda e offerta. La regolamentazione implica che “l’attività di gestione di portali per la raccolta di capitali per le start-up innovative è riservata alle imprese di investimento e alle banche autorizzate ai relativi servizi di investimento nonché ai soggetti iscritti in un apposito registro tenuto dalla Consob”. Le procedure per l’iscrizione dei gestori nell’apposito registro è ancora molto burocratizzata: “si fa tutto entro 60 giorni dalla richiesta, ma se il gestore da autorizzare manda tutti i documenti corretti, la procedura è più veloce!” ci assicura Marcelli… C’è uno schema per inviare la domanda, più uno schema di relazione, più uno schema per la struttura organizzativa (abbiamo detto innovazione, non semplificazione, no?). Nonostante i diversi paletti, sembra esistere una discreta libertà di iniziativa e di concorrenza per il gestore, per il quale vengono individuati i rischi, ma ai quali è lasciata ampia discrezione nel trovare la soluzione più opportuna per gestire questi rischi. Tra le condizioni per l’ammissione delle offerte sul portale ricordiamo: indicazione delle categorie di investitori professionali che devono affiancare gli investitori “comuni”, la tutela degli investitori retail nel caso di cessione delle partecipazioni di controllo, il diritto di revoca in pendenza dell’offerta.

Terminato l’intervento di Mr. Consob riprende la parola Stefano Firpo, facendo alcune considerazioni critiche alla regolamentazione Consob, tra le quali l’aver creato un fetta molto ristretta di imprese che possono beneficiare dell’equity crowdfunding e l’utilizzo della MiFID solo in seconda battura, come regola di condotta.

La mattinata si chiude con un grande punto di domanda, enorme, che lascia molte porte aperte e altre socchiuse: che ne sarà della normativa sul crowdfunding? Non solo l’equity, ma anche tutte le altre forme?

Per fortuna c’è un sole bellissimo a Torino e andare alla Piazza dei mestieri per la seconda sessione della giornata è quasi una gita! Alla Fondazione ITS – ICT, che ospita il secondo round di questa giornata full immersion nel crowdfunding, partono i workshop pomeridiani.

Luca Indemini (La Stampa) modera e Annamaria Poggi (Presidente Fondazione ITS per l’ICT) fa gli onori di casa, spiegando cosa è la fondazione ITS ICT: uno strumento innovativo per l’educazione e la formazione, un alternativo alla formazione universitaria che forma figure specializzate, con l’ambizione di contrastare la disoccupazione giovanile da un lato, creando figure altamente specializzate; e di creare le condizioni per l’imprenditoria giovanile. I saluti istituzionali proseguono con Michele Coppola (Assessore regionale alla Cultura – Piemonte) che introduce il discorso del crowdfunding, in questa seconda parte dei lavori, come percorso alternativo per rafforzare il patrimonio piemontese.

Cambio tavolo, ora tocca ai testimoni: Le piattaforme si raccontano! Parte a raccontare la sua storia Angelo Rindone, fondatore di Produzioni dal basso, precursore del crowdfunding: quando sono nati (2005), non si sapeva nemmeno cosa fosse. Questa piattaforma, nata nell’ambiente del mediattivismo, agli albori del social networking, nasceva per le auto produzioni. Tutto si è evoluto negli ultimi 13 mesi: 17.000 iscritti nel 2012 e 5.000 negli ultimi mesi. Rindone confessa che si erano dimenticati di essere una piattaforma di crowdfunding! Le caratteristiche di Produzioni dal basso sono uniche: non ha filtri in ingresso, non ha un sistema di intermediazione interno, tutte le transazioni avvengono tra i sostenitori e coloro che propongono il progetto. Altra peculiarità: non ci sono transazioni di denaro, ma promesse di finanziamento. È un sistema basato sulla fiducia e, come ci ricordavano i ragazzi di SMK Videofactory, ha successo su progetti che si rivolgono a community abbastanza definite. È un “crowdfunding all’italiana, nel bene e nel male. Non si trovano progetti perfetti alla Kickstarter, a volte un po’ sgangherati, ma che hanno delle comunità territoriali vicine e disposti a finanziarli”. Le piattaforme devono mettersi insieme per capire come migliorare la qualità dei progetti e individuare giusti strumenti per i progettisti. Rindone è inoltre scettico sulla regolamentazione della Consob: se sono solo le start up innovative ad esserne coinvolte è un problema! Soluzione? Usare il reward per aggirare problema equity. Dobbiamo comunque evitare il rischio dei gatti e le volpi del social networking: dobbiamo essere trasparenti!

Secondo testimone Rete del Dono, qui con Anna Maria Siccardi. Lo scenario “sociale” coinvolge 37 milioni di italiani, le cui donazioni sono in crescita negli ultimi anni e Rete del Dono fa parte di quelle piattaforme che si occupano di progetti di utilità sociale. I risultati di questa piattaforma sono molto buoni, in due anni è riuscita a raccogliere 400.000€ di donazioni per 340 progetti. La peculiarità di Rete del Dono è la figura del personal fundraiser, cioè un sostenitore che fa da intermediario tra il progetto di utilità sociale e il donatore,  convincendo la propria cerchia sociale a donare. Anche questo è un metodo offline efficace per abbattere la barriera della diffidenza. Questo strumento si è dimostrato efficace perché il 67% delle donazioni vengono proprio dai personal fundraiser. Da sottolineare anche che tra i vari ambiti, lo sport è quello che ha dato più soddisfazione: la corsa ha abbracciato la solidarietà come valore aggiuntivo della competizione.

Giulia Barbieri racconta poi Shinynote che nasce come una piattaforma che vuole raccontare belle storie, come un social network, poi si orienta sempre di più verso il terzo settore. Il meccanismo è trasparente, Shinynote trattiene il 5% sulle donazioni effettivamente raccolte, mentre il resto del servizio è totalmente gratuito. La piattaforme mantiene inoltre i rapporti tra i sostenitori e le storie che vengono finanziate, sottolineando l’importanza di questa attività per la rendicontazione e per le recall delle donazioni.

L’ultimo a parlare a questo giro di tavolo è Roberto Esposito, fondatore di DeRev, un vero e proprio genio della rete! DeRev non è solo crowdfunding, ma anche molto altro, citando “DeRev è una piattaforma e un active media per creare innovazione attraverso crowdfunding, raccolta firme e democrazia partecipativa”. Lo spirito di Roberto Esposito è quello di utilizzare la social innovation per trasformare le miglior idee in rivoluzioni, così come ci spiega il video molto divertente di presentazione della piattaforma. La potenza di Esposito è la sua capacità di spostare masse oceaniche di persone tramite i social network e l’ha messa al servizio della democrazia partecipativa: internet come strumento attraverso cui poter trovare la soluzione a un problema concreto. Su DeRev sono possibili tutti e 3 i modelli di crowdfunding: “all or nothing” classico, “keep it all” (accredito istantaneo e diretto) e la raccolta fondi a tempo indeterminato. Oltre al crowdfunding ci sono, come dicevamo, altri strumenti a disposizione su DeRev, tra cui lo speaker corner virtuale, una webtv con palinsesto, dove l’utente si può prenotare per andare in diretta streaming. L’interesse per l’equity crowdfunding c’è, ma la regolamentazione troppo astringente.

 Cambio di relatori, siamo a “Le Piattaforme si raccontano: parte 2” (la vendetta). Al tavolo un parterre eterogeneo, che in parte abbiamo già sentito anche durante la mattinata. Prima Alessandro Gennari (Direttore della Banca Interprovinciale di Modena/Com-Unity) prova a farci capire perché una banca voglia aprire un portale di crowdfunding, poi Mariano Carozzi crowdfunding approfondisce il tema del social lending parlando dell’esperienza di Prestiamoci. Questa piattaforma ha come motto “utili a sé utili agli altri” ed è proprio quello che vuole fare. Anche se sono un sito carino un po’ fricchettone (parole di Carozzi), sono di fatto una finanziaria, mettono i soldi di tutti, dalla casalinga di Voghera alle fondazioni, alle banche: un finanziamento che diventa una seed class in cui ognuno mette la sua parte per realizzare dei progetti. “Nel futuro, dice Carozzi, aspettiamo l’equity, ma nel frattempo la nostra piattaforma è nata da piccoli gruppi e siamo pronti a seguire i territori, le strutture, le persone, nel meccanismo del debito e non dell’equity: da noi non vengono quelli che le banche hanno rifiutato. Noi finanziamo il bisogno, non il consumo. Il merito di credito è legato a quello che comprate o a quello di cui avete bisogno?” bella domanda!

Claudio Bedino si rimette, poi, il cappello di Starteed ed entra le dettaglio della piattaforma, ricordandoci che utilizza un modello ibrido tra reward-based ed equity-based e che il crowdfunding non è l’unico strumento della piattaforma. Tra le novità che ci racconta, anche il fatto che la piattaforma abbandonerà PayPal e che è stata appena introdotta Starteed Paltform, dove si cerca di disintermediare le piattaforme. È importante fare sistema, ci dice Bedino, e quindi adottare strumenti semplici e di qualità accessibili a tutti.

Con Leonardo Frigiolini (Unica Sim), si chiude questo panel con qualche suggerimento, o meglio un vero e proprio decalogo, per avvicinare i social ai finanziatori. I social sono il passaporto per gli intermediari per arrivare alle idee, e gli intermediari sono per i social il passaporto per arrivare ai finanziamenti. I custodi delle idee non hanno la percezione del mercato.

Cambio di tavolo per l’ultima volta e qui intervengono i testimoni delle case histories. Parte Daniele Ferrari con il suo Ego Smart Mouse, che su Kickstarter è riuscito ad avere tutti i finanziamenti ipotizzati e oltre. Ribadisce anche lui che Kickstarter è una piattaforma molto complicata, ma è un trampolino molto importante per i prodotti tecnologici; per questo tipo di prodotto, sarebbe difficile una campagna di crowdfunding su una piattaforma locale o europea. Altra sottolineatura, e non di poco conto, è quella legata agli effetti “collaterali” della campagna, che diventa efficace quasi quanto una campagna pubblicitaria o di marketing.

Anche Chiara Martines, come Giusi Santoro che abbiamo incontrato all’evento promosso da CNA, ha scelto invece Verkami come piattaforma per la propria campagna di crowdfunding. In questo caso la scelta è stata dettata dal fatto che il progetto da finanziare (From Orlando to Santiago) parla del cammino di Santiago e anche la comunità spagnola avrebbe potuto rispondere in maniera positiva alla chiamata. Anche per Chiara Martines è stato fondamentale il lavoro di offline, oltre a quello online, così come l’unione e la professionalità del team.

Uno che invece di lavoro fa l’organizzatore delle campagne di crowdfunding è Giuseppe Di Giacomo, la cui ultima fatica è “L’Oro dei Folli”, un docufilm sull’economia e sull’uso di questa moneta virtuale, lo scec. Anche qui conditio sine qua non per il successo della campagna: una comunità molto motivata e determinata a sostenere questo progetto e a trovare altri interlocutori. Infatti “il successo lo si vede nella seconda campagna che fai, perché se tornano le persone significa che non credono solo nel progetto, ma credono anche in te!”.

Molto interessante questa tavola rotonda, perché salta fuori un’altra tipologia di crowdfunding: il civic crowdfunding e ce ne parla Alessio Barollo. Il civic crowdfunding si basa sulla potenzialità di trasformare il capitale sociale in capitale relazionale per unire le forze per un bene comune. Per fare questo è importnatissimo il ruolo della community e quello delle pubbliche amministrazioni: nelle piattaforme oggi esistenti partecipano per il 60% dei finanziamenti richiesti. La proposta di Alessio Barollo è quella di utilizzare la folla per avvalorare un progetto in modo da farlo finanziare. Lo schema è: crowdsourcing -> validation -> funding.

Altro caso, diverso ancora, ma che ha visto la pubblica amministrazione presente in prima fila è quello di Palazzo Madama che, tramite il crowdfunding, ha raccolto più di 89.000 €: un modo innovativo per festeggiare i 150 anni di Palazzo Madama. Carlotta Margarone e Cristina Varitano ci confessano che dal 2008 il Palazzo Madama non può più acquistare opere e che quindi hanno deciso di affrontare questa avventura, affidandosi alla folla e utilizzando una piattaforma “di it yourself”, e ce l’hanno fatta, coinvolgendo 1585 cittadini.

Last but not least Alessandro Brunello, che per fortuna è ancora carichissimo e ci assicura che l’aperitivo è vicino! Il regista e sceneggiatore in prestito al crowdfunding, come si definisce lui stesso, ha scritto assieme a Fabrizio Fontana “Crowdfunding condividere per realizzare” e ha realizzato un film tramnite il crowdfunding: Community – il film, progetto non antagonista di case di produzione o delle imprese. Per questo progetto si è divertito a diversificare le rewards, senza però renderle obbligatorie “Non devi essere obbligato a venire un giorno sul set assieme a noi h 24, puoi anche solo dare i soldi”. Secondo lui oltre al crowdfunding ci deve essere la possibilità di entrare nel mercato con anche altri strumenti, anche se il cinema è in settore fertile per lo sviluppo di questo nuovo strumento.

E la giornata si chiude con un augurio che non vedevamo l’ora di sentire: “Questo è un anno buono per prendere sul serio il crowdfunding”!

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Uau, intenso questo report, eh?

Ma d’altra parte gli spunti sono così interessanti che ci è parso saggio fornirvi tutto il resoconto; il CF si sta sviluppando proprio in questi mesi ed è fondamentale essere sul pezzo.

A questo proposito, e come ha ben detto Ivana Pais, GINGER si inserisce proprio in una delle tendenze più innovative e italiche del CF: il crowdfunding territoriale. Abbiamo avuto il piacere di parlarne a Expopixel durante un confronto pubblico tra Ivana Pais, noi di GINGER e Giampaolo Colletti. Non temete, a presto pubblicheremo anche il resoconto di questo evento!

ginger_tourE quindi non ci resta che invitarvi al GINGER – tour ovvero … il crowdfunding sotto casa! Dubbi sul crowdfunding? Parliamone insieme off line.

Seguiteci su Twitter, le nostre “ginger-cronache” sono leggendarie!

E poi gingerizzatevi (bottone in alto a destra), fa bene al karma sociale.

Report a cura di Martina Lodi – GINGER.

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4 thoughts on “Facciamo il punto: resoconto GINGER di TORINO CROWDFUNDING

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