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Crowdfunding – quando il finanziamento viene dal basso

Continuano i resoconti GINGER. Oggi vi raccontiamo il pomeriggio del 19 marzo scorso, passato all’incontro organizzato da CNA Cultura e Creatività Bologna e D.E-R Documentaristi Emilia Romagna: CROWDFUNDING – Quando il finanziamento viene dal basso .

Courtesy of CNA

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La sala è gremita e quando Ivana Pais  comincia chiedendo a chi sa che cos’è il crowdfunding di alzare la mano, la platea risponde praticamente unanime: tutti con le mani in aria! Ivana è piacevolmente stupita perché in Italia non è uno strumento così noto. La ricercatrice della Cattolica di Milano ci fornisce alcuni dati sul fenomeno del crowdfunding aggiornati a dicembre 2012, cominciando con la differenziazione dei 4 tipi principali di piattaforme di crowdfunding: quelli basati sulle donazioni (soprattutto orientati al no profit e a cause sociali), reward based, social lending (prestiti da parte di privati) ed equity based. Proprio il 19 marzo doveva essere il giorno di delibera della Consob sul tema equity, ma dovremmo aspettare ancora qualche settimana… Ivana spiega in maniera molto chiara le diverse tipologie facendo un excursus tra le piattaforme più note e si sofferma sui dati italiani: a novembre 2012 sono 16 le piattaforme mappate, più 5 in fase di lancio a novembre e 4 oggi attive. Probabilmente quella mancante è proprio GINGER, che sta per vedere la luce! La mappatura di queste piattaforme è molto interessante proprio perché, oltre alla geografia, ci dà anche un idea della composizione interna di queste realtà. Scopriamo infatti che i soci fondatori hanno tra i 30 e i 50 anni, di cui l’85% sono laureati, ma solo l’8% del totale sono donne: ovviamente noi alzeremo la media! Queste piattaforme sono quasi tutte Srl e sono gestite da una persona o due. È interessante anche analizzare la composizione dei progetti. Il loro valore medio è di 5.300 €, sono progetti piccoli, e il numero di quelli che arrivano al traguardo ha il picco di successo nella categoria del social lending: 1855 su 5313 pubblicati.

Da questi dati Pais deduce diverse criticità segnalate dalle piattaforme italiane:

  • quadro normativo poco chiaro;
  • difficoltà di comprensione dei principi base da parte dei potenziali utilizzatori;
  • assenza di strategie per le campagne di crowdfunding: rimane ancora il mito del “basta metterlo online” (il progettista deve dedicare moltissimo tempo alla comunicazione del progetto);
  • difficoltà a reperire progetti di qualità;
  • problema del digital divide: non riguarda tanto l’accesso, ma le modalità di utilizzo della rete;
  • scarsa propensione alla donazione da parte dei privati (non c’è la cultura di chiedere dei soldi o donarli, e qui scatta il link all’esemplare Amanda Palmer, da noi condiviso qualche tempo fa sulla nostra pagina Facebook);
  • difficoltà nell’avvicinarsi ai sistemi di pagamento online.

Insomma, in Italia siamo in una fase di costituzione specificatamente “italiana” del crowdfunding e la neonata associazione Italian Crowdfunding Network ha l’obiettivo di sensibilizzare al crowdfunding i neofiti.

In Italia, non essendo ancora uno strumento conosciuto e radicato, l’uso del crowdfunding non è sempre canalizzato attraverso piattaforme specifiche, ma adattato a metodi “do it yourself”, con esperienze personali di raccolta di finanziamenti, spesso realizzate da che può far riferimento a una rete già consolidata di fan (attori affermati, scrittori, ecc…).

E tra le esperienze italiane, in merito alle piattaforme specializzate e basate sul territorio, ecco che spunta GINGER! Ivana Pais si chiede se i confini territoriali non siano un limite, ma avremo presto il modo di spiegarle le nostre ragioni, anche perché GINGER si pone proprio come una risposta alle criticità prima elencate.

© CNA

© CNA

Le specificità italiane sono legate al fatto che non esiste un big player (come per esempio kickstarter negli USA), che si sta avviando un confronto con le pubbliche amministrazioni e che la competizione è molto forte. È, quindi, un mercato in crescita ma ancora immaturo, non ci sono chiare linee guida per il reward based e si attende regolamentazione Consob per l’equity based. Quali potrebbero essere i problemi legati alla tassazione? Quali possono essere leve giuste per la sensibilizzazione su questo nuovo strumento?

Queste le ultime domande che aprono la scena alle diverse esperienze di finanziamento che ci vengono qui raccontate. D.E-R Documentaristi Emilia Romagna ha chiamato a intervenire professionisti del settore che hanno deciso di utilizzare lo strumento del crowdfunding per finanziare i loro progetti. Tra loro c’è chi è riuscito nell’intento e chi no…

Il primo caso, di successo, è quello di Subbuteopia di cui ci parla Giusi Santoro, Producer-POPcult, che ha messo tutta se stessa nella causa e ci ha dato ottimi suggerimenti. Il progetto consisteva nella realizzazione di un documentario sul subbuteo, per cui è stata utilizzata la piattaforma spagnola Verkami, conosciuta in Francia nel giugno 2011. La piattaforma era piccola, con progetti dal budget basso (massimo 8.000 €), ma l’entusiasmo dei gestori di questa piattaforma hanno convinto Giusi Santoro e i suoi soci a decidere di affidarsi a loro. “Di solito le piattaforme non hanno rapporto con chi propone il progetto, in questo caso invece c’è stato grande scambio con gli spagnoli” dice Giusi Santoro, “Non finirò mai di ringraziarli per averci convinti a portare il progetto dal budget di 20.000 € a 15.000 €!”.

© Subbuteopia

© Subbuteopia

Questo progetto l’ha coinvolta talmente tanto che ha rischiato la ‘crowdfundite’: “Avresti voglia di dare come ricompensa anche un giro in elicottero pur di raggiungere il tuo target e il tuo obiettivo!” ci confessa. Il lavoro che ha svolto Giusi assieme ai suoi collaboratori è stato estremamente complesso, ma efficace. Hanno fatto un’approfondita analisi sulle comunità online del subbuteo, i blog, i leader, i soggetti importanti sulla rete, hanno realizzato una mappatura di tutti i soggetti interessati per raggiungere tutti gli “sconosciuti” della rete. Anche loro ci testimoniano che per instaurare ‘dinamiche di passione’, prima di chiedere soldi, devi svolgere un ardo lavoro online, ma soprattutto offline: ti presenti e ti racconti, fai girare la voce, coinvolgi i soggetti leader della community, i quali sono stati coinvolti anche nella decisione delle ricompense. Giusi e i suoi ci hanno creduto tantissimo e hanno messo tutte le loro forze al servizio della causa, hanno preso una linea telefonica dedicata e un account skype per spiegare a tutti come sostenere il progetto, adattando anche le ricompense durante la campagna, a seconda delle esigenze dei sostenitori. Per ampliare la loro community, fortissima, ma di nicchia, hanno addirittura inventato un gioco, online e offline. Insomma, Giusi Santoro e i suoi soci hanno fatto un lavoro eccezionale, che ha richiesto un grande sforzo ma che ha raggiunto l’obiettivo!

La campagna di raccolta per Tower and Power che ci racconta Massimo Sinigaglia, Amministratore dello Studio Associato Sotto le Torri, non ha avuto lo stesso successo. Il progetto di ricostruzione di una mappa 3D della Bologna medievale è stato inserito su Kickstarter, ma non ha raggiunto la somma stabilita. Massimo Sinigaglia fa un’analisi molto interessante della propria esperienza, quasi una vera e propria SWOT analysis, mettendo in luce soprattutto i punti di debolezza che hanno portato al fallimento del progetto. “Vedendo le altre esperienze di successo dagli Stati Uniti pensavamo di avere molto successo, ma non avevamo fatto i conti con le differenze culturali” ci confessa Sinigaglia.

© Tower and Power

© Tower and Power

Nonostante le 30.000 visualizzazioni del video di presentazione del progetto, la cura nella presentazione, i pledges particolari e “appetibili”, l’evidente legame tra grattacieli e torri nella grafica del progetto, il coinvolgimento dei gamers e il grande sforzo tramite i social sia in Italia che negli Stati Uniti, le difficoltà sono state molteplici. Innanzi tutto Kickstarter è abbastanza difficile da usare e la conditio sine qua non di avere residenza negli Stati Uniti per poter pubblicare un progetto li ha ovviamente costretti a effettuare la registrazione tramite un loro contatto a New York. Massimo ci racconta anche di aver fatto errori di valutazione, di rewards, di sottostima del progetto, tra le altre cose è stato fallimentare l’approccio sul versante social e testimonial per sostenere la bolognesità all’estero. Ma nonostante ciò lo Studio Associato Sotto le Torri non si è perso d’animo e ci riprova: il 29 marzo partirà una nuova campagna su IndiGoGo!

Anche il terzo testimone della giornata non ha, purtroppo, raggiunto il suo obiettivo. È Paolo Muran, regista e produttore (Cap do film, che parla della sua personale campagna di raccolta per River Water, un documentario sul progetto di Giacomo De Stefano che, usando solo la forza dei remi e delle braccia, ha navigato da Londra a Istanbul.

© RiverWater

© RiverWater

L’idea del viaggio e del documentario è nata senza sponsor o finanziamenti e, volendo fare una cosa che si basasse solo sulle forze che Muran aveva o pensava di avere, è stato obbligato (parole sue) a utilizzare una piattaforma di crowdfunding, in questo caso IndiGoGo, per poter fare in modo che le persone interessate, ma residenti in altri paesi, potessero contribuire al progetto. Nonostante i contatti personali, le telefonate e qualche mail i soldi non sono arrivati, “è l’insistenza che premia, perché la quantità di persone che ti dicono che ti sostengono e poi non lo fanno è grandissima”. Se poi ti cade nel Danubio l’agenda con svariati indirizzi mail è tutto ancora più complicato… Il documentario dovrebbe essere pronto a ottobre 2013 e Muran potrebbe anche ricominciare una nuova campagna, “ma è un lavoro. Chi lo fa si deve impegnare tantissimo o trovare qualcuno che lo faccia per lui…”

Andrea Paco Mariani è l’ultimo testimone della giornata. È regista, autore e produttore di SMK Videofactory e racconta con entusiasmo l’esperienza di Green Lies – The Series. Anche lui concorda con Giusi Santoro e Paolo Muran sullo strumento del crowdfunding, è un doppio lavoro, è un lavoro parallelo alla produzione del film, ma ci ricorda anche che deriva da un meccanismo della necessità: “la nostra generazione lo fa perché non ci sono alternative”.

© GreenLies

© GreenLies

L’innovazione sta proprio nello sperimentare dei meccanismi nuovi, la forza creativa è quella di provare molte strade. La piattaforma che SMK Videofactory utilizza è Produzioni dal Basso e per i loro progetti ha funzionato soprattutto perché la loro esperienza è puramente legata all’Italia (il loro target è per il 95% italiano), e perché è una piattaforma che permette di gestire molti aspetti del progetto. Con Produzioni dal Basso sono riusciti a portare a termine la campagna per Tomorrow’s Land, primo di questa serie di documentari e anche di quello successivo. Anche Andrea ci conferma che la relazione di offline e online è fondamentale: “devi promuovere il tuo progetto ogni giorno, sui social, sul sito della campagna … ma altrettanto centrale è l’offline”. SMK Videofactory ha messo in atto un’organizzazione meticolosa di diversi momenti di incontro diversificati, dal dibattito, alla cena sociale attivando un processo di fidelizzazione dei loro utenti e dei loro co-produttori che è andato oltre le aspettative. Con la commistione di online e offline si ha la possibilità di aggiornare costantemente il proprio target, avendo riscontri positivi. “Il meccanismo di condivisione è centrale: aggiornare i co-produttori del film, ma dargli anche la possibilità di sottoporci una serie di criticità è funzionale al progetto. Ci sono co-produttori che sono diventati storici, finanziano tutti i nostri progetti. Non lo stai vendendo, il progetto è tuo.” Per i prossimi progetti vogliono ampliare il loro target, facendo perno sulla sensibilizzazione sul tema e facendo riferimento alle realtà territoriali legate alle storie che vanno a raccontare. Mettono a sistema le campagne sul web, momenti pubblici con le comunità di riferimento raccontate nel film e spazi nella rete dove aprire un dibattito sull’argomento, attivano meccanismi che proseguono la filosofia del crowdfunding e che seguono la logica della distribuzione. Andrea Paco Mariani conclude il suo intervento con due interrogativi sul futuro del crowdfunding: si riuscirà in futuro anche in Italia a realizzare progetti con budget più articolati? Il naturale sfogo di questi progetti, per ora, è il creative commons, basterà?

Beh, anche a questo giro possiamo dire che ne è valsa la pena. L’incontro è stato molto stimolante, a partire dal fatto che le esperienze raccontate non sono tutte andate a buon fine e ci è stato utile capirne il perché.

Sono emersi molti dubbi riguardo all’utilizzo del crowdfunding ma, al tempo stesso, anche molti spunti su cui lavorare per migliorare la situazione. GINGER ha già in mente soluzioni che possono fare al caso vostro, quindi….GINGERIZZATEVI! (bottone “gingerizzati” in alto a destra) e scriveteci a idea.ginger@gmail.com per raccontarci la vostra idea!

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4 thoughts on “Crowdfunding – quando il finanziamento viene dal basso

  1. Pingback: Crowdfunding? Sì, ma territoriale – Ginger a Expopixel | Il Gingerino

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